25.11.2005
KINGSTON,
.JAMAICA
La capitale del reggae tra disperazione
e speranza
Ben 24 uragani si sono abbattuti quest'anno sulla città
di 1 milione 700 mila abitanti. Ma sono stati ammazzati
anche 70 bambini. Ecco come convivono le ragazze bene
e i disperati dei ghetti. E cosa si può fare per
dare un futuro ai nipotini di Bob Marley. Parola di Desmond
McKenzie, sindaco-padre.
«Tear-Gassed!» ha strillato a tutta pagina
il Gleaner, principale organo di informazione giamaicano
lo scorso martedì. Sotto il titolo la foto di Desmond
McKenzie, il sindaco di Kingston, che ha subito un collasso
dopo il lancio di lacrimogeni che ha interrotto la marcia
dei sindaci giamaicani, inferociti per i miseri fondi
destinati al ripristino delle strade, impercorribili in
tutto il paese dopo una stagione che ha visto turbinare
sul Caribe ben 24 uragani. I sindaci erano targati Jamaican
labour party, il partito di opposizione al governo in
mano al People national party da tre legislature, e la
loro protesta era indirizzata al primo ministro.
L'immagine di Mr McKenzie in lacrime ha destato grande
impressione e molti commenti perché il sindaco
della capitale è estremamente popolare. Lavora
duro da quando è stato eletto per rendere vivibile
una citta difficile come Kingston ed è uno dei
pochissimi personaggi pubblici a rischiare in prima fila
sia per portare il suo aiuto quando traboccano i «gully»,
i canali di scolo a cielo aperto, sia in caso di scontri
a fuoco, in cui si sbraccia nella mischia, incurante del
rischio concreto di prendersi una pistolettata.
«È
la mia gente, troppo sola e troppo spesso senza alternative,
la tensione si spezza con la presenza, con l'aiuto e l'interesse
di chi governa» racconta McKenzie. «Sono stato
a Roma a primavera per un incontro tra centinaia di sindaci
di tutto il mondo. Ci siamo confrontati e ci siamo scambiati
consigli e politiche gestionali, ma quello che capita
qui è sovente difficile da capire per chi vive
in società strutturate e ben organizzate. Però,
Roma, che bella citta...».
Kingston, capitale della Giamaica, è la più
grande città di lingua inglese del Centro America
e raccoglie 1,7 milioni di abitanti. Intorno al bacino
del porto si dipana la lingua di terra e sabbia di Port
Royal, l'antica Tortuga covo del pirata Morgan di cui
poco rimane, trasformatasi com'è in un villaggio
di pescatori. Tutt'intorno una cerchia di colline racchiude
la baia e sullo sfondo si alzano le cime nuvolose delle
incantevoli Blue Mountains.
«La
città cresce a ogni stagione» racconta il
sindaco «sono in troppi a credere nelle possibilità
che essa può offrire a contadini stanchi di tribolare
su una terra che magari produce tre raccolti l'anno ma
non dà alcuna sicurezza. Uragani, alluvioni, l'incuria
di chi dovrebbe progettare un sistema agricolo più
moderno e competitivo e invece ignora le urgenze degli
agricoltori abbandonati. Per noi amministratori non è
facile fare fronte alla crescita incontrollata di interi
quartieri privi di qualunque infrastruttura. È
da questo che nasce il malessere che sfocia in episodi
di drammatica violenza».
Kingston è una città pericolosa per chi
non sappia come muoversi. Accanto ai grattacieli moderni
di New Kingston, accesi da giganteschi cartelli luminosi
con pubblicità degne di Las Vegas, la desolazione
del vecchio centro della città, dove le belle vestigia
del passato sono cancellate dalle rovine e dalla folla
che si accalca per strada.
La
piazza di Parade contiene il gioiello del Ward Theatre,
con una facciata di stucchi bianchi e azzurri, mentre
tutt'intorno è una bolgia di autobus e carrettini
del mercato di frutta e verdura. Al centro della piazza
l'Heroes Park, dove le statue degli eroi giamaicani servono
da rifugio notturno ai tanti senzatetto, mentre sui quattro
lati si aprono i mercati. Quello di abbigliamento offre
gli abiti fantasmagorici delle «dancehall queens»,
le incredibili donne pantera che animano le notti di danza.
Strass, veli impalpabili, spacchi strategici, parrucche
fosforescenti, tacchi e lacci da schiava: c'è tutto
l'armamentario per notti indimenticabili.
E
le notti di Kingston sono pulsanti di vita e di avventure.
Ce n'è per tutti i gusti. Dai locali per ricchi
e famosi nei grandi alberghi alle discoteche di punta
per i giovanissimi. All'Asylum si mescolano le ragazzine
della Kingston bene e i ragazzi del ghetto armati di bandane,
tre strati di boxer che fuoriescono dai pantaloni, catene
con la pistola e una varietà impressionante di
copricapo, turbanti, visiere. Si balla ma soprattutto
ci si guarda intorno per essere sicuri di essere stati
notati. Però la musica vera, quella delle grida
e degli accendini accesi, è musica di strada.
Le
dancehall, imitate in tutto il mondo, hanno appuntamenti
settimanali e immancabili. Weddy Weddy e Gran Casino,
sono il paradiso dei sound system, dell'eccitazione, di
una folla variegata che somma produttori e cantanti famosi,
mafiosi, donne strabilianti, immense ciccione e intimiditi
stranieri travolti dalla vitalità dei giamaicani
che quando fanno festa sono imperdibili. Locali come Back
a Yard, Livity propongono concerti dal vivo e improvvisazioni
estemporanee, perché gli artisti giamaicani amano
farsi vedere in giro e ci vuole poco perché imbraccino
il microfono e si divertano a duettare, magari chiamando
sul palchetto una ragazza carina che tra un imbarazzo
e un tripudio di risate si lascia coinvolgere in un abbraccio.
I concerti sono settimanali. Locandine artigianali appese
ai pali della luce o ai vetri posteriori dei taxi annunciano
una sfilza di nomi di prim'ordine del reggae e del ragga,
anche se il clima di tensione che si respira ne ha sospesi
parecchi. Il gun-salute, il gesto che imita la pistola
alzata in aria, si trasforma talora in una salve di spari
veri che tengono a prudente distanza dagli spettacoli
tutti coloro che vorrebbero godersi una notte di musica
e divertimento senza paura.
La
città è pattugliata da polizia e soldati
e ogni mattina si contano sette od otto morti ammazzati,
risultato di una guerra tra bande che trova supporto nell'abbandono
dei ghetti. Solitudine e paura accompagnano la vita di
serie B di chi ha avuto la sfortuna di nascere nel posto
sbagliato. Marciano le madri chiedendo vita per i figli
adolescenti, marciano le Chiese e tanti membri della società
civile chiedendo pace e interventi mirati.
Ci vogliono posti di lavoro, scuole che insegnino davvero,
punti di riferimento nei quartieri per non lasciare i
ragazzini allo sbando. Al silenzio e alla cecità
dei politici rispondono mille iniziative private in un
grande impegno collettivo fortemente partecipato. Per
tre domeniche si sono svolte in zone ad alto rischio veglie
a cui sono affluiti in tanti. Donne del ghetto e ragazzi
accanto a residenti della Kingston delle ville, preti
di frontiera e vescovi che hanno acceso insieme le candele
per ricordare che dal primo gennaio sono morti anche 70
bambini.
Nationwide,
uno dei programmi radio più seguiti, si è
fatto promotore di questa iniziativa raccogliendo molte
sigle, dal Psoj, la locale Confindustria, ai gruppi per
la difesa dei diritti umani, dalle associazioni delle
donne ai comitati dei residenti dei vari slum. L'ambizione
dichiarata è di stimolare interventi di carattere
socio-economico che contribuiscano alla ripresa della
città.
Anche il reggae partecipa alla creazione di un polo di
speranza. Gli artisti finanziano scuole nelle zone in
cui sono nati, Bounty Killa ha regalato al suo quartiere
un asilo, Luciano insegna musica nel ghetto di Trenchtown,
Chuck Fenda, che si fa chamare Poor People Defenda, spende
i suoi soldi a Spanish Town, Natural Black ha appena inaugurato
dei corsi di musica.
Perfino in carcere, grazie all'attenzione suscitata dalla
detenzione di Jah Cure, condannato per violenza carnale,
è stato intrapreso un programma di riabilitazione
che ha dotato il penitenziario di massima sicurezza a
Tower street di uno studio di registrazione. Il reggae
canta la vita e chiede «don't bring the guns to
town»; i testi delle canzoni degli ultimi mesi sono
ricchi di appelli contro l'uso delle armi, contro la violenza,
contro la voglia di farsi giustizia da soli.
Mille
segnali di rinascita, iniziative a pioggia per sfidare
una logica di emarginazione, per rendere Kingston più
vivibile. Ci si raduna da Menen' Ital Café, il
ristorante vegetariano della queen di Luciano per mangiare
ottimi piatti della cucina rasta e per incontrarsi a Red
Hills, un'altra zona calda dove gli studi di registrazione
raccolgono le voci del nuovo reggae e le scuole di musica
costituiscono un'alternativa alla desolazione della strada.
«Bisogna sostenere chi ha coraggio. Se è
vero che siamo ancora all'anno zero, ogni inziativa, seppur
piccola, deve ricevere tutta la nostra attenzione. A ogni
segno di voglia di non arrendersi io rendo grazie»
sorride McKenzie. «Mi ricordo che da piccolo pensavo
che crescendo avrei voluto cambiare molte cose. Facciamolo
insieme e sconfiggiamo la cultura della morte perché
la gente di Kingston merita di più e ha diritto
alla speranza per se stessa ma soprattutto per i propri
figli».